# I musulmani? Tutt’uno. Sì, ma quale uno?

C’è chi ha sempre pensato ai musulmani come a un blocco compatto, un esercito uniforme con un’unica bandiera e un unico obiettivo: il nemico del Cristianesimo prima, del mondo occidentale poi.

Poi gli americani — con l’aiuto di Israele — tirano un bel po’ di bombe sull’Iran. E l’Iran come risponde? Bombardando chi?

Altri paesi islamici.

Già. L’Iran ha spedito i suoi missili su Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Qatar, Iraq, Giordania, Siria, Kuwait, Cipro. Paesi islamici quasi tutti. Quindi: un musulmano bombarda altri musulmani. Il famoso “blocco unico” si sta rivelando, come al solito, una gran bella semplificazione.

Il motivo è noto a chi segue queste cose, ma vale la pena ricordarlo: l’Iran (sciita) considera questi paesi del Golfo (prevalentemente sunniti) troppo vicini agli americani, troppo accondiscendenti con Israele, troppo pronti ad ospitare basi militari statunitensi. Punirli è un modo per allargare il problema, per dire al mondo: “non è solo un nostro problema, è di tutta la regione.”

Ma allora perché l’Iran bombarda anche Bahrein e Iraq, dove la maggioranza è sciita proprio come in Iran? Bella domanda. Forse perché la politica estera è più complicata della teologia.

## Khamenei è morto

Nel mezzo di tutto questo, è arrivata la notizia che cambia tutto: la morte di Ali Khamenei.

Trentasei anni al potere. Guida Suprema dell’Iran dal 1989, erede di Khomeini, capo politico, religioso e militare allo stesso tempo. Un uomo che controllava ogni singolo aspetto della vita pubblica iraniana: il parlamento, i giudici, i Pasdaran, i media di stato. Tutto.

Adesso non c’è più. E si apre un vuoto di potere enorme.

Chi prenderà il suo posto? L’Assemblea degli Esperti — un comitato di 88 religiosi — dovrà nominare la nuova Guida Suprema. Nel frattempo regge un consiglio provvisorio. Tra i candidati si parla di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto — ma la successione padre-figlio è mal vista nell’establishment clericale, che ricorda di aver fatto la rivoluzione proprio per abbattere una monarchia.

Il punto però non è chi verrà scelto. Il punto è che l’Iran, già indebolito militarmente ed economicamente, si trova ora in piena crisi di successione mentre è in guerra. Non è la situazione ideale.

E c’è un dettaglio curioso, in tutto questo: nelle strade di Teheran, alla notizia della morte di Khamenei, la gente è scesa a festeggiare. Non a piangere. A festeggiare.

## Lo stretto di Hormuz: la zappa sui piedi

Come colpo di coda, l’Iran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz. I Pasdaran lo hanno dichiarato “non più sicuro”. Risultato immediato: centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto bloccate ai lati dello stretto. Colossi della logistica mondiale come Maersk costretti a deviare le rotte.

Lo Stretto di Hormuz è lungo 39 chilometri e largo tra i 33 e i 50. Le rotte di navigazione effettive sono appena 3 chilometri. Da quel corridoio passa un quinto di tutto il petrolio trasportato via mare nel mondo, e il 30% del gas naturale liquefatto globale. Ogni giorno, 20 milioni di barili di greggio.

L’effetto sui mercati è stato immediato: il Brent è schizzato da 72 a 80 dollari al barile in poche ore, con gli analisti di Barclays e Goldman Sachs che già parlano di 100 dollari se il blocco si prolunga. Il gas naturale europeo segna +36-42% in un giorno solo.

Tutto giusto. Tutto prevedibile.

Ma c’è un problema: chiudendo Hormuz, l’Iran blocca anche le sue petroliere. Il 90% delle esportazioni energetiche iraniane è diretto verso la Cina, e quasi tutto passa proprio da lì. Teheran si è sparata da sola. Si è data, appunto, la zappa sui piedi.

E noi italiani? Il Qatar è il nostro principale fornitore di gas naturale liquefatto via mare, coprendo circa il 45% delle nostre importazioni marittime. Tutto quel gas passa per Hormuz. Le bollette non ringrazieranno.

## La fine di Hamas e Hezbollah?

C’è un altro effetto della disfatta iraniana, meno visibile ma forse più importante.

L’Iran era il principale finanziatore e sostenitore di Hamas, Hezbollah, e dei ribelli Houthi in Yemen. Era il cuore dell’”Asse della Resistenza”. Ora, con le risorse prosciugate, la guida suprema morta, il regime in crisi di successione e le entrate petrolifere bloccate dallo stesso Stretto che voleva usare come arma, Teheran non sarà più in grado di alimentare quel sistema.

Il che potrebbe significare, nel medio termine, la fine delle ostilità in Palestina — venendo a mancare il carburante economico e militare di Hamas. E la fine delle operazioni di Hezbollah in Libano, che senza il supporto iraniano è una forza molto ridimensionata.

Non è detto che la pace arrivi in automatico. Ma il meccanismo che alimentava la guerra si sta inceppando.

## L’acceleratore verde che non ci aspettavamo

I prezzi saliranno, certo. Le bollette cresceranno. Ci saranno mesi difficili.

Ma c’è un effetto collaterale che potrebbe rivelarsi, nel lungo periodo, il più importante di tutti: ogni volta che il prezzo del petrolio e del gas esplode, il conto economico dell’energia pulita migliora. L’elettrico, il solare, l’eolico, il nucleare diventano improvvisamente più competitivi. Gli investimenti accelerano. Le decisioni che sembravano rinviabili diventano urgenti.

Lo abbiamo visto dopo il 2022 con la guerra in Ucraina. Lo vedremo di nuovo adesso.

La crisi di Hormuz potrebbe essere, paradossalmente, il più potente acceleratore della transizione energetica che l’Occidente abbia mai avuto. Non perché qualcuno lo abbia pianificato. Ma perché il mercato, quando viene messo con le spalle al muro, trova sempre una strada.

Stiamo vivendo un momento di grande transizione. Non solo in Medio Oriente.

*Paolo Federici — 2 marzo 2026*

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